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From Trapani to Marsala, travelling in the land of salt

A hot land made up of wind, salt, and the sea: from the salt marshes of Trapani and Marsala, and an encounter with the flamingos, to the Salt Museum on the life of the salt workers


SALTPANS, WINDMILLS AND “PALUNEDDU” FROM TRAPANI TO MARSALA In the westernmost part of the island, where Sicily ends and the sunlight takes on dazzling colours, with almost African tones, there are expanses of “faint blue shining tableaus, like crystal sheets” (Vincenzo Consolo, Retablo). These are the saltpans of Trapani and Marsala. A landscape unto itself, completely divorced from the surrounding territory, made of low basins containing brackish water, white salt mountains and windmills, with a flora and fauna that can be found only in these parts of Sicily.

Even in the Phoenician era, the activity of salt extraction from sea water was favoured thanks to the coexistence of certain conditions that turned out to be optimal along the stretch of land that leads from Trapani to Marsala: the low and flat coast, high temperatures and strong winds. The presence of flat land close to the sea made it possible to create numerous pools connected by a complex network of canals through which water, during the process of crystallization of salt, passes from one basin to another until, reaching the last pool, the water is almost completely evaporated thanks to the high temperatures that are recorded in that area. At the end of this process, which has been repeated for millennia, a thick crust of salt is all that remains. The salt workers then break it up with the help of a specific tool, the paluneddu, a sort of quadrangular blade. Solely the shallow coast and hot sun would not have been sufficient to lead to the creation of salt works. Lastly, an essential factor for their existence is the wind, which lashes the surroundings of Capo Lilibeo and to which we owe the construction of the numerous windmills that dot the coast. Their red roofs not only contribute to the peculiarity of the landscape, but they also play a very important role. Thanks to the rotation of their blades, they transform the wind’s strength into mechanical energy, which in turn drives a sort of Archimedes screw that allows the passage of brackish water from one tank to another.


THE SALT MUSEUM The life of the salt workers was extremely hard. Today, the use of new technology makes the job easier. In the past, this was seasonal work, and during the harvest period they worked from dawn to dusk carrying heavy baskets on their shoulders, their face and their eyes burned in the scorching sun. In their honour, there is a beautiful exhibit (tools and photographs) found at the Salt Museum, not far from Nubia.


FROM SALINA GRANDE (LARGE SALTPAN) OF NUBIA TO THE STAGNONE (BASIN/POND) OF MARSALA Therefore, a visit to the saltpans means that you can step inside in a world defined by geography, extending from the Salina Grande of Nubia, home to numerous coastal towers built in the 16th century by Camillo Camilliani to defend Sicily, up to the Stagnone of Marsala, home to the island of San Pantaleo, the ancient Phoenician city of Motya. Seeing that this area stretches only about twenty kilometres, you will never forget your encounter with flamingos and their pink feathers that sinuously hover over the water, along with the mountains of salt covered by shingles to protect them from the rain when the autumn arrives. And you will also take home memories of the warm air swept by the wind, that blinding sunlight that then offers poignant sunsets when the sun at the end of the day sets like fire into the sea, with the silhouettes of the windmills finishing off this dreamy painting


Enza Licciardi (guida turistica, socio ARGS)




Da Trapani a Marsala, in viaggio nella terra del sale


Saline e mulini a vento sul tratto di costa da Trapani a Mozia



SALINE, MULINI A VENTO E “PALUNEDDU” DA TRAPANI A MARSALA Nel lembo più occidentale dell’isola, là dove la terra di Sicilia finisce e la luce si fa abbacinante, quasi africana, si aprono distese di “quadri cilestrini e rilucenti come lastre di cristallo” (Vincenzo Consolo, Retablo): sono le saline di Trapani e Marsala. Un paesaggio a sé, completamente avulso dal territorio circostante, fatto di basse vasche contenenti acqua salmastra, candide montagne di sale e mulini a vento, con una flora e una fauna che si riscontrano solamente in quelle porzioni di territorio. Già in epoca fenicia a favorire l’impianto di un’attività di estrazione del sale dall’acqua del mare è stata la compresenza di alcune condizioni rivelatesi ottimali nel tratto che da Trapani porta a Marsala: la costa bassa e pianeggiante, le temperature alte e i venti forti. La presenza di terreni pianeggianti a ridosso del mare ha reso possibile la creazione di numerose vasche collegate da una fitta rete di canali attraverso i quali l’acqua, nel corso del processo di cristallizzazione del sale, passa da un bacino all’altro fino a quando, giunta nell’ultimo, è quasi del tutto evaporata grazie alle elevate temperature che in quell’area si registrano. Alla fine di questo processo, che da millenni si ripete, ciò che resta è una spessa crosta di sale, che i salinai frantumano con l’ausilio di uno specifico attrezzo, il paluneddu, una sorta di pala di forma quadrangolare. Costa bassa e sovrabbondanza di sole non sarebbero tuttavia stati sufficienti a determinare la creazione delle saline. Ultimo, imprescindibile fattore perché esse potessero esistere è il vento, che forte sferza i dintorni di Capo Lilibeo e a cui si deve la costruzione dei tanti mulini che punteggiano il litorale, i quali coi loro tetti rossi non solo concorrono alla particolarità del paesaggio, ma altresì svolgono una funzione di assoluta rilevanza poiché, grazie al roteare delle pale, trasformano la forza del vento in energia meccanica, la quale aziona a sua volta una sorta di vite di Archimede che consente il passaggio dell’acqua salmastra da una vasca all’altra.


IL MUSEO DEL SALE Estremamente faticosa era la vita del salinaio, oggi supportata da un più ampio impiego di nuove tecnologie; si trattava per lo più di manodopera di natura stagionale, che nel periodo della raccolta lavorava dall’alba al tramonto trasportando pesanti ceste sulle spalle, la faccia bruciata e gli occhi feriti dal sole. Eloquente è a tal proposito l’esposizione (attrezzi e documenti fotografici) allestita presso il Museo del Sale, non lontano da Nubia.


DALLA SALINA GRANDE DI NUBIA ALLO STAGNONE DI MARSALA Visitare le saline significa, dunque, immergersi in un mondo ben circoscritto, che si estende dalla Salina Grande di Nubia, su cui campeggia il profilo di una delle tante torri costiere fatte costruire nel ’500 da Camillo Camilliani a difesa della Sicilia, sino allo Stagnone di Marsala, che custodisce al suo interno l’isola di San Pantaleo, l’antica Motya di fondazione fenicia. E per quanto il tratto interessato riguardi appena una ventina di chilometri, travolgente risulta ad ogni ritorno l’incontro coi fenicotteri dalle piume rosate che sinuosi ancheggiano nell’acqua, con le montagne di sale coperte da tegole a protezione dalla pioggia quando arriva l’autunno, con l’aria calda spazzata dal vento, con una luce che stordisce la vista e coi tramonti struggenti, quando il sole a fine giornata infuoca il mare su cui nere si stagliano le sagome dei mulini.


Enza Licciardi (guida turistica, socio ARGS)