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  • Alessandro De Filippo

That statue in Mangina, Congo, depicting fear and anger at the massacres by ADF

Updated: Jun 14


Gathering in the square where the statue is located, in Mangina

In the village of Mangina, about 40km from the city of Beni, in the North-East of the Democratic Republic of Congo, a statue in a lay-by among the houses, has been built. It represents a man, with the body mangled by stab wounds, a dangling neck, the mouth open and the tongue hanging out.


The statue is polychrome and the red of the blood, due to the numerous cuts on the body, invades the dark skin; the abdomen is also torn and the white of the ribs glimpse; the bowels appear from another wound and a machete is stuck with its blade on the back of the neck.

Why so much horror? Why such a disgusting sense of the macabre? Looking at the photographs of this statue, in the forecourt made of red loam of Mangina, surrounded by families and so many children, we cannot understand the meaning of such a communicative operation. However, perhaps we should ask ourselves what the function of a statue is for the community that erects and welcomes it within its daily space. The population of that area is, in fact, threatened by the steady attacks of the ADF militiamen, who declare themselves Islamists and that still today uphold a mysterious origin. At night, the rebels break into rural villages or isolated huts in the area and kill entire families, hacking them apart with the machete. The photographs of the dismembered bodies circulate on many WhatsApp groups, emphasizing the terrifying effect of their massacres. The numbers of the "Beni massacres" are impressive: 1,161 civilian victims, since June 2017.


The statue of the massacred men in Mangina, thus, is charged with a political meaning that goes beyond the realism of the artistic representation. That statue is not macabre, it is the direct evidence of facts. Children and their families who gather in that square have already witnessed dozens of times that scene, with the dismembered bodies of their peers and mothers who tried to protect them. That statue is either a scream of pain and a protest, that has forced its author to flee the village to save himself, as the images of the statue broadcast on Twitter and WhatsApp reaching Kinshasa, where they have been interpreted as an accusation against the Tshisekedi government and the regular FARDC army, which is scarcely considered able to counteract the attacks of the ADF.


The statue in Mangina Village

Someone even goes so far as to suspect cases of infiltration of regular soldiers among Islamist militiamen, but everything appears blurred and inscrutable. The images of the statue also arrived in Goma, at the Central Command of MONUSCO (the 17,000 UN forces deployed in Congo for years). Here too, there have been disturbed reactions of discontent, as the statue to the victims is interpreted as a denunciation of the ineffectiveness of the Blue Helmets, in charge of the peacekeeping activities in the country. However, either for Kinshasa and its executive, and for the UN, it seems that "the spiral of silence" is gaining the upper hand.


The official media, as well as the main institutions of the country, give the impression of a deliberated silence about the massacres perpetrated by the ADF; and this generates a mixture of anxiety and exasperation in the communities of those territories of the country.


Each representation performs a commemorative or celebratory function, along with the configuration of identity. In Europe we have dozens of statues in our squares, and each one remembers heroes or victims of wars, around which we gather as a community. The Monuments to the Fallen of the First or Second World War are symbols we recognize ourselves into. Consequently, the man massacred by the machete blows acquires, in Mangina, a role of identity of victims and at the same time the willingness to react. That statue is a realistic expression of authentic pain. Its horror is real, it is a re-shaping sign of quartered bodies and popular anger.



(ITA) Quella statua a Mangina, Congo, che raffigura la paura e la rabbia per le stragi dell'ADF


Nel villaggio di Mangina, a circa 40 km dalla città di Beni, nel Nord Est della Repubblica Democratica del Congo, è stata esposta una statua in uno slargo che si apre tra le case. Raffigura un uomo, il corpo lacerato da ferite da taglio, il collo piegato, la bocca aperta e la lingua penzolante. La statua è policroma e il rosso del sangue invade la pelle bruna a causa di numerosi tagli sul corpo; anche l’addome è squarciato e si intravede il bianco delle costole; le viscere fuoriescono da un’altra ferita e un machete è confitto con la sua lama sulla nuca.


Ma perché tanto orrore? Perché un così disgustoso senso del macabro? A guardare le fotografie di questa statua, nello spiazzo di terra rossa di Mangina, circondata da famiglie e così tanti bambini, non riusciamo a capire il senso di questa operazione comunicativa. Forse però dovremmo chiederci anche quale sia la funzione di una statua per la comunità che la erige e la accetta all’interno del proprio spazio quotidiano. La popolazione di quell’area è infatti minacciata dagli attacchi continui dei miliziani ADF, che si dichiarano islamisti e a tutt’oggi conservano un’origine misteriosa. Di notte, i ribelli irrompono nei villaggi rurali o nelle capanne isolate della zona e uccidono intere famiglie, facendole a pezzi con il machete. Le fotografie dei corpi smembrati circolano su molti gruppi WhatsApp, accentuando l’effetto terrorizzante dei loro eccidi. I numeri dei «massacri di Beni» sono impressionanti: 1.161 vittime civili, da giugno 2017.


La statuta di Magina vista da dietro

La statua dell’uomo massacrato, a Mangina, si carica così di un significato politico che travalica il realismo della rappresentazione artistica. Quella statua non è macabra, è la testimonianza diretta di fatti. I bambini riuniti con le famiglie in quella piazzetta hanno già assistito decine di volte a quelle scene, visto i corpi smembrati dei loro coetanei e delle mamme che cercavano di proteggerli. Quella statua è un urlo di dolore e insieme una protesta, per questo il suo autore è stato costretto a fuggire dal villaggio per mettersi in salvo, perché le immagini della statua hanno circolato su Twitter e su WhatsApp e sono arrivate fino a Kinshasa e sono state interpretate come un’accusa al governo di Tshisekedi e all’esercito regolare FARDC, che contrasta malamente gli attacchi degli ADF. Qualcuno addirittura arriva a ipotizzare dei casi di infiltrazione di soldati regolari tra i miliziani islamisti, ma tutto appare confuso e imperscrutabile.


Le immagini della statua sono arrivate anche a Goma, al Comando Centrale della MONUSCO (le 17.000 forze ONU dislocate in Congo da anni). Anche in questo caso ci sarebbero state reazioni scomposte di fastidio, perché questo monumento alle vittime viene interpretato come una denuncia di inefficacia dei caschi blu, incaricati proprio di attività di peacekeeping. Sia per Kinshasa e il suo esecutivo, sia per l’ONU, sembra che sia «la spirale del silenzio» a prendere il sopravvento.


I media ufficiali, così come le principali istituzioni del Paese danno l’impressione di voler deliberatamente tacere sulle stragi perpetrate dagli ADF; e questo suscita un misto di angoscia e di insofferenza da parte delle popolazioni di quei territori.


Ogni raffigurazione svolge una funzione commemorativa o celebrativa, insieme a una definizione di identità. In Europa abbiamo decine di statue nelle nostre piazze e ciascuna ricorda eroi o vittime di guerre, intorno ai quali stringerci come comunità. I monumenti ai caduti della Prima o della Seconda Guerra Mondiale sono simboli nei quali ci riconosciamo. Così, l’uomo massacrato dai colpi di machete assume a Mangina un ruolo di identità di vittime e insieme di volontà di reagire. Quella statua è espressione realistica di un dolore reale. Il suo orrore è reale, segno risignificante di corpi squartati e di rabbia popolare.