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  • Mirko Viola

Two days after May 23rd

Updated: May 29

It is difficult to say anything about Capaci's massacre that does not have the flavor of rhetoric. And the risk also remains 28 years later or, perhaps, above all for this.


There are people, ordinary citizens, who continuously every year, since May 23, 1992, try not to lose the "vice of memory" of all those who have witnessed with their lives the fight against the mafia, ill-will and arrogance. They do it to try to give a better future to the younger generations, so that they do not add up to the "stench of moral compromise", but appreciate the extraordinary strength of values ​​such as civil coexistence, honesty and respect for the rules.


It takes a great deal of effort to tell and testify all this to the younger generations of a country like ours where, even today, we do not know the true truth about the 1992 massacres. Where it is impossible to recompose the pieces of a puzzle of which we do not have all the pieces, hidden who knows by whom, who knows where. Where the "mafia" developed and thrived as "a political-business power system, an integral part of the history of our country" (Pio La Torre). Where "hybrid partnerships" have always won, as Giovanni Falcone condemned them already in 1986.


How do you testify the memory people importance like Giovanni Falcone, killed in Capaci on May 23 of almost thirty years ago together with Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo and Antonio Montinaro?


I believe that the answers are many, not all simple. I try to give two.


Return centrality to the school. The school is a "constitutional organ" as a central institution of democracy, Calamandrei said in the famous speech to the III Congress of the Association in defense of the national school in the distant 11 February 1950. Because "the mafia fears the school more than justice", added the judge Antonino Caponnetto. The school has the extraordinary power to remove the most fragile and peripheral contexts of our cities from the mafia otherwise seen as the only opportunity for redemption. It is right to remind those who do not remember the importance of a date like 23. But it is even more important to show our young people the infinite possibilities that a world free from abuse, from the culture of favor and abuse can offer everyone. We must put the School back in a position to exercise its immense educational and redemptive power.


The second answer: the social use of confiscated property, that is, of those goods taken from organized crime and returned to the community. It is the second answer to the question of a memory not abandoned to rhetoric and sterile ceremonies. The confiscated assets represent a very precious and unrepeatable opportunity to build new social, economic, political and cultural models alternative to the mafia model. However, the truth we live suggests something else entirely. The degradation and abandonment in which many of them pour and the bankruptcy of many confiscated companies lead us to think that there are no alternatives, while the alternative lies precisely in demanding more efficiency and seriousness from our institutions, so that hope will not die even before being born.


These are also the ways to fight the mafia. Removing the ground from under its feet. Ripping her minds and workforce. Building a real and complete democracy. Offering alternatives.


We will make it?


Mirko Viola


(ITA) Due giorni dopo il 23 maggio


E’ difficile dire qualcosa sulla strage di Capaci che non abbia il sapore della retorica. E il rischio rimane anche 28 anni dopo o, forse, soprattutto per questo.


Ci sono persone, cittadini comuni, che ininterrottamente ogni anno, dal 23 maggio 1992, provano a non perdere il “vizio della memoria” di tutti coloro che hanno testimoniato con la loro vita la lotta alla mafia, al malaffare e alla prepotenza. Lo fanno per tentare di dare un futuro migliore alle giovani generazioni, affinché non si assuefacciano al “puzzo del compromesso morale”, ma apprezzino la straordinaria forza di valori come la civile convivenza, l’onestà e il rispetto delle regole.


Richiede un grandissimo sforzo raccontare e testimoniare tutto questo alle giovani generazioni di un Paese come il nostro dove, ancora oggi, non conosciamo la vera verità sulle stragi del 1992. Dove è impossibile ricomporre i pezzi di un puzzle di cui non abbiamo tutti i tasselli, nascosti chissà da chi, chissà dove. Dove la “mafia” si è sviluppata ed è prosperata come “un sistema di potere politico-affaristico, parte integrante della storia del nostro Paese” (Pio La Torre). Dove hanno sempre vinto gli “ibridi connubi”, come li condannava Giovanni Falcone già nel 1986.


Come si fa a testimoniare l’importanza del ricordo di persone come Giovanni Falcone, ucciso a Capaci il 23 maggio di quasi trent’anni fa insieme a Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro?


Io credo che le risposte siano tante, non tutte semplici. Provo a darne due.


Restituire centralità alla Scuola. La scuola è “organo costituzionale” in quanto istituzione centrale della democrazia, diceva Calamandrei nel celebre discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale nel lontano 11 febbraio 1950. Perché “la mafia teme la scuola più della giustizia”, aggiungeva il giudice Antonino Caponnetto. La scuola ha lo straordinario potere di sottrarre i contesti più fragili e periferici delle nostre città alla mafia vista altrimenti come l’unica opportunità di riscatto. E’ doveroso ricordare a chi non ha ricordi l’importanza di una data come il 23. Ma lo è ancora di più mostrare ai nostri giovani le infinite possibilità che un mondo libero dai soprusi, dalla cultura del favore e della prevaricazione può offrire a ciascuno di noi. Dobbiamo mettere la Scuola di nuovo nelle condizioni di esercitare il suo immenso potere educativo e di riscatto.


La seconda risposta: l’uso sociale dei beni confiscati, cioè di quei beni sottratti alla criminalità organizzata e restituiti alla collettività. E’ la seconda risposta alla domanda di un ricordo non abbandonato alla retorica ed alle sterili cerimonie. I beni confiscati rappresentano una preziosissima e irripetibile occasione per costruire nuovi modelli sociali, economici, politici e culturali alternativi a quello mafioso. La verità che viviamo però ci suggerisce tutt’altro. Il degrado e l’abbandono nel quale molti di essi versano e il fallimento di numerose aziende confiscate ci inducono a pensare che non vi siano alternative, mentre l’alternativa sta proprio nel pretendere dalle nostre Istituzioni maggiore efficienza e serietà, affinché la speranza non muoia ancora prima di nascere.


Sono anche questi i modi per combattere la mafia. Togliendole il terreno sotto i piedi. Strappandole menti e forza lavoro. Costruendo una reale e compiuta democrazia. Offrendo alternative.


Ci riusciremo?


Mirko Viola

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